Elogio della biblioteca.

Interno della biblioteca di Varese

C’è una notizia recente che, a mio avviso, non ha goduto della dovuta attenzione da parte dell’informazione locale. Certo, non è una di quelle notizie di cui vivono i nostri giornali: non si tratta di un incidente d’auto né di un funerale, di una messa solenne o di un qualche evento politico su cui si possa esercitare la fantasia di uno scrittore di romanzi gialli; non è nemmeno una di quelle pseudo-notizie offerte già confezionate per mezzo di un comunicato stampa o di una lettera e pubblicate poi tali e quali. Eppure, nella cronaca modesta della nostra modesta città di provincia, forse meritava più di quattro o cinque righe.

Il 4 dicembre del 2016 è stata inaugurata l’apertura domenicale della Biblioteca civica di Varese. Inaugurazione di basso tono, in verità. Sobria. Senza tagli di nastro e senza nemmeno un bicchiere di spumante o un mazzo di fiori. Senza nemmeno un giornalista. Ma l’inaugurazione era stata programmata per le dieci di mattina. Di domenica.

Quattro o cinque rappresentanti dell’Amministrazione comunale si sono incontrati con i quattro o cinque dipendenti della biblioteca. Hanno pronunciato qualche parola di rito. E mentre parlavano, entravano velocemente i primi utenti, si guardavano intorno un po’ stupiti e poi si dirigevano rapidi verso l’emeroteca, le postazioni per la consultazione del catalogo, la sala studio.

Alla fine, strette di mano e saluti cordiali.

Una notizia piccola piccola, si diceva. Eppure…

In occasione di quella modesta, sobria inaugurazione, c’ero anch’io. Ero lì in virtù del ruolo istituzionale che rivesto. Sono un Consigliere comunale, perbacco! E per di più, di maggioranza! E così, ad un certo punto, mentre eravamo tutti in circolo per sentire i discorsi di rito, mi è stata data la parola. Ed io ho parlato. Riallacciandomi ai pensieri che mi frullavano per la testa, mentre ero lì. In biblioteca. La domenica mattina.

Mi sono ricordato di una frase letta moltissimi anni fa, in un’altra vita e in un altro luogo. Mi sono ricordato di un passaggio delle Memorie di Adriano, di Marguerite Yourcenar, letto e riletto e trascritto tante volte in qualcuna di quelle agendine che uso per prendere appunti.

«Il vero luogo natio – si legge nel romanzo della Yourcenar – è quello dove per la prima volta si è posato uno sguardo consapevole su se stessi: la mia prima patria sono stati i libri.»

Quando, trent’anni fa, sono arrivato a Varese, la Biblioteca civica è stato il luogo in cui mi sono sentito a casa. E la Biblioteca è stato il luogo in cui mi sono sentito accolto. Avevo già una lunga abitudine a frequentare biblioteche. Da quando ero bambino, accompagnando mio padre che se ne stava con la testa china sui suoi libri per ore; da ragazzo, per scoprire quei libri che mi avrebbero fatto crescere più fretta; da studente universitario, stregato dai primi maestri e desideroso di impossessarmi della loro conoscenza; per le mie prime ricerche condotte nelle biblioteche di mezza Italia; come turista, che, ancora oggi, ama entrare nelle biblioteche dei Paesi che visita come si entra in un bel museo. Le biblioteche hanno per me il sapore di un tempio laico. E come in un tempio, varcata la soglia, si coltiva il silenzio, si abbassa la voce.

Si prova, entrando in una biblioteca, la stessa emozione che Machiavelli descriveva al suo amico Francesco Vettori. Nel 1513, col ritorno dei Medici a Firenze, il povero Machiavelli era stato arrestato, torturato e poi costretto a ritirarsi presso l’Albergaccio, la sua residenza tra Firenze e San Casciano Val di Pesa. Lì, dopo aver sbrigato le sue faccende ed aver seguito i lavori dei suoi contadini, era solito, venuta la sera, ritirarsi nel suo studio:

«[…] in sull’uscio – scriveva l’autore del Principe – mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro».

E così, anche per me, dopo una settima in cui ho rincorso impegni, scadenze, in cui ho sprecato il mio tempo in una quantità infinita di incontri noiosi ed inutili, durante la quale ho simpaticamente ammiccato a persone oggettivamente odiose, quale miglior ristoro, la domenica, del frequentare il luogo dell’otium per eccellenza? Quella biblioteca, cioè, in cui affidarci a quei libri, che, come diceva Petrarca, «ci offrono un godimento molto profondo, ci parlano, ci danno consigli e ci concingono, vorrei dire, di una loro viva e penetrante familiarità».

La Biblioteca civica, a Varese, mi ha accolto, dicevo. Non mi sono mai sentito chiedere, in biblioteca, di dove fossi o dove fossi nato. Nessuno ha mai pensato di ricordarmi che non sono un «nativo». I confini, come diceva qualcuno, esistono solo nelle menti degli uomini. Degli uomini molto piccoli, aggiungerei. E nelle biblioteche, ogni libro, di qualunque lingua, di qualunque tempo, di qualunque cultura trova ospitalità e ottiene la piena cittadinanza. Non è un caso che, quando vanno al potere uomini piccoli piccoli, prima o poi sono tentati dal bruciare libri e chiudere biblioteche.

L’apertura domenicale della Biblioteca civica non è, secondo me, una notizia trascurabile, in una città di provincia dove la domenica gli unici luoghi di socializzazione sono gli ipermercati. L’apertura di uno spazio pubblico dovrebbe essere sempre celebrato come una festa di tutti. E soprattutto quando tale avvenimento è reso possibile grazie alla grande disponibilità del personale che vi lavora. E che anche la domenica è disposto ad accogliere chi in biblioteca vuole trovare un momento di ristoro, di pace, di riflessione, di studio.

Ho letto una volta che «quando un uomo muore una biblioteca brucia». Mi piace pensare, al contrario, che quando una biblioteca apre, una città rivive. Perché «Fondare biblioteche – dice ancora l’Adriano della Yourcenar –, è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire».

[Pubblicato su «RMFonline.it» il 14 luglio 2017.]

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