Dialetto e dialettiche

Dal sito rmfonline del 09/06/2017, di Enzo Laforgia

vares

30 milioni di dollari. Non costò poco produrre quello che avrebbe dovuto essere il Braveheart di “noantri”. Lo diciamo alla romana, perché talvolta, come sanno i cultori delle lingue locali, l’espressione dialettale è più efficace. Rimanda a tutto un universo di senso…

 

Dunque…, 30 milioni di dollari, dicevamo… Stiamo parlando del kolossal Barbarossa, del regista Renzo Martinelli. Il film fu coprodotto da Rai Fiction e Rai Cinema. Spuntò fuori, all’epoca, anche un’intercettazione telefonica, poi archiviata, in cui Silvio Berlusconi diceva ad Agostino Saccà, direttore di Rai Fiction: «[…] Bossi […] con questa cavolo di fiction su Barbarossa mi sta facendo una testa tanto… Digli che t’ho chiamato e che tu mi hai risposto che è tutto a posto».

Il 2 ottobre del 2009, il quotidiano «La Padania» (vi ricordate il quotidiano «La Padania»?) dedicò la copertina e ben quattro pagine al filmone voluto dalla Lega. Il 2 ottobre del 2009, infatti, il Barbarossa fu presentato in anteprima mondiale nel cortile del milanese Castello sforzesco. Quella sera, a Milano, c’erano proprio tutti. C’era il sindaco (vi ricordate di una certa Letizia Moratti?) e c’era il presidente della Regione Lombardia, tale Roberto Formigoni, che ai giornalisti dichiarò solennemente: «Le battaglie contro il Barbarossa sono un pezzo importante della nostra storia». C’era il Presidente del Consiglio, c’era il Ministro Roberto Maroni, c’erano Tremonti, Zaia, La Russa, c’erano star televisive e illustri banchieri, ma c’era soprattutto Lui, l’Umberto da Cassano, come lo riveriva allora Maroni, seduto in prima fila con tutta la sua costosa family. E a dimostrazione che quel film fosse un prodotto culturale certificato dalla stessa Lega, il Senatùr in persona, vestito da nobile lombardo, vi faceva una breve apparizione. Prima dell’anteprima, Bossi dichiarò solennemente alla stampa: «Siamo all’alba di un nuovo risorgimento popolare, ma non quello di Cavour».

Il film, in verità, non piacque a nessuno e se sopravvivrà al tempo non sarà certo per i suoi pregi artistici, ma, eventualmente, come mero episodio di cronaca. Come molti di quei figuranti, che parteciparono in pompa magna alla sua proiezione in anteprima mondiale.

In tempi più recenti, il 27 settembre del 2016, il Consiglio regionale della Lombardia ha approvato la legge n. 130, che. al titolo IV, annuncia la Salvaguardia della lingua lombarda. Viene qui auspicata la valorizzazione di «tutte le varietà locali della lingua lombarda», anche attraverso «programmi editoriali e radiotelevisivi», l’espressione teatrale in tutte le forme, la poesia, la prosa letteraria e il cinema. Sulla validità dell’espressione «lingua lombarda» si è aperto un piccolo dibattito, che ha visto anche l’autorevole intervento dell’Accademia della Crusca. Piuttosto che «lingua lombarda», ha scritto l’Accademico Paolo D’Achille, professore di Lingua italiana presso l’Università Roma Tre, sarebbe stato meglio parlare di «lingue lombarde», al plurale, in quanto non sarebbe possibile individuare una lingua comune diffusa nell’area dell’attuale regione Lombardia. Peraltro, ha ricordato ancora il professor D’Achille, la lingua italiana non è stata storicamente imposta ai lombardi, ma liberamente scelta. Ludovico il Moro, ad esempio, volle che la sua cancelleria usasse un volgare di base toscana e il cardinale Borromeo volle che l’italiano fosse insegnato nelle scuole della sua diocesi. Non val la pena, qui, ricordare il Manzoni, che volle far parlare i suoi umili lombardi in quella lingua che sarà poi elevata a modello del nuovo italiano unitario.

La battaglia per la difesa del dialetto non è una novità per le camicie verdi. Già nell’autunno del 1996, mentre si annunciava al mondo la nascita della nazione padana e l’imminente promulgazione di una Costituzione, il capogruppo leghista in Regione Lombardia, Corrado Della Torre, dichiarava: «Quando verrà realizzata la Padania, la lingua d’uso dovrà essere su due livelli: nell’ambito locale, si userà la lingua locale, ad esempio il bresciano, il veneto, il friulano; poi servirà una lingua franca per comunicare tra padani. Sarebbe opportuno che servisse anche per l’estero, quindi potrebbe essere l’inglese, che ci consente di comunicare con tutto il mondo. A questo punto la lingua che non serve più a nessuno è l’italiano».

A Varese, molti lo ricorderanno, fece discutere (ed anche molto sorridere) l’iniziativa promossa dall’Amministrazione comunale, che, sul finire del 2002, decise di accogliere gli automobilisti che giungevano in città dall’autostrada con la scritta «Benvenù a Vares». Era sindaco, a quel tempo, il leghista Aldo Fumagalli. Il bosino, la lingua locale varesina, diventò così oggetto di riflessioni. E chissà, forse anche per la confusione esistente, emerse la necessità di mettere a punto una vera e propria grammatica, Il bosino per tutti, pubblicata nel 2006 dalla Suciaziùn Culturàl I Nòstar Radìis, con tanto di Cd-rom allegato (ma come si dirà mai Cd-rom in dialetto?).

Mi sono tornate in mente queste vicende nel corso dell’ultima riunione del Consiglio comunale varesino, il 1° giugno scorso. Tra i temi in discussione, vi erano anche due ordini del giorno proposti dal gruppo consiliare Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Il primo chiedeva che la Giunta istituisse una consulta per la «lingua lombarda» (come previsto, appunto, dalla citata legge regionale del settembre scorso); il secondo invitava la Giunta «ad improntare la divulgazione storica del Risorgimento e ad organizzare i suoi spazi museali nell’ottica di un radicale revisionismo della narrazione propagandistica, mettendo in luce tutti gli aspetti più controversi».

Pur diverse per la materia affrontata, a mio avviso entrambe le proposte avrebbero voluto, per così dire, istituzionalizzare questioni che riguardano, sperabilmente, ricercatori e scienziati. Quando la politica tende ad imporre una lettura del passato o si arroga il diritto di stabilire parametri per la definizione di fenomeni culturali, come la lingua o le lingue, c’è sempre il rischio (questa è la mia opinione) di scivolare verso quella cosa che viene definita «uso pubblico della Storia». Fu il filosofo tedesco Jürgen Habermas ad utilizzare per primo questo espressione nel 1986, intendo l’operazione di chi parla di Storia al di fuori dei luoghi deputati per affermare un giudizio politico sul presente e sul futuro e per perseguire finalità politico-pedagogiche. Ma non sempre, come sembrerebbero suggerire le vicende evocate, i risultati soddisfano le attese.

Ora, sappiamo bene che selezionare temi e fonti sulla base di un interesse politico o ideologico è una delle pratiche più diffuse e più abusate. Da sempre. Il problema è che gli storici non inseguono più la verità storica nel senso indicato, nell’Ottocento, da personalità come Leopold von Ranke, secondo il quale la storiografia poteva ricostruire il passato «così com’è veramente stato». Come ha invece insegnato Marc Bloch, la verità storica è qualcosa che si trasforma e si perfeziona continuamente. Anche perché lo sguardo che gettiamo sul passato è sempre, inevitabilmente, condizionato dal nostro presente.

L’importante, però, è saper distinguere bene gli ambiti e i territori: tra chi si occupa di politica e chi si occupa di ricerca storica (o di storia della lingua). Altrimenti si corre il rischio di ridurre il lavoro degli storici (o dei linguisti) a quello che svolgeva Winston Smith. Winston Smith correggeva e riscriveva libri e giornali già pubblicati, per armonizzare il passato con il presente. Ma Winston Smith non era un storico né un linguista. Lavorava per il Ministero della Verità. Era il protagonista di 1984. Il romanzo di George Orwell.

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