Confessioni di un debuttante.

Noi, in casa, siamo abituati ad affrontare tutto con grande leggerezza, a non prenderci mai troppo sul serio. Questo nostro atteggiamento disincantato ci è stato molto utile in passato, ci ha aiutato ad affrontare gli inevitabili sgambetti della vita, dai quali, pur con qualche sbucciatura, siamo riusciti a rimetterci in piedi. Con la consueta leggerezza e con buona dose di ironia è stato accolto tra le pareti domestiche l’annuncio che sarei diventato Consigliere comunale. La notizia è stata a dir poco destabilizzante: per la prima volta, mia moglie ed io (almeno così spero), abbiamo votato per una persona che è stata eletta e che, addirittura!, sarebbe entrata a far parte di una maggioranza di governo.

Ora, dovete sapere, che chi, per una vita si è sempre collocato con le minoranze, non è abituato a percepirsi, di colpo, parte di una maggioranza. Diciamocelo: essere minoranza è molto più comodo. Consente, infatti, di coltivare una certa vocazione al martirio (e quindi di dichiararsi naturalmente predisposto alla santità), di scaricare sugli altri (la maledetta maggioranza!) le proprie responsabilità, di costruirsi un’immagine snob (leggo solo poeti albanesi, sono vegano, cito l’ultimo editoriale del «New York Times», adoro il suono dei taiko e trovo volgari gli tsuzumi, frequento località balneari scomodissime – e per questo desolate! – e sono anche minoranza).

In casa, per esempio, è stato subito affrontato un problema di natura meteorologico-politica: a Varese, in quest’umida estate, si potrà dire ancora «Piove, Governo ladro!»? Con severo realismo, ci siamo trincerati dietro una rigorosa sospensione di giudizio: «Vedremo!».

Le discussioni, in famiglia, si sono fatte più accese man mano che si avvicinava la data della prima seduta del Consiglio comunale. Mia figlia, per ragioni anagrafiche la più radicale, ha sollecitato a lungo una mia chiara presa di posizione: «Dimettiti!». Il suo radicalismo, in realtà, celava ragioni proprie di un egoismo piccolo-borghese: «Voglio andare in vacanza!».

Ho provato a spiegarle che… «Il privato è pubblico», che… «La meta da raggiungere richiede sacrifici», che… «Lo facciamo per il bene della futura umanità». Ma i suoi argomenti («Voglio andare in vacanza!»), pur deboli sul piano ideologico, restavano molto solidi su quello dei suoi bisogni apparenti (a tal punto la struttura capitalistico-borghese ha corrotto una giovane mente!).

Mia moglie, invece, ha iniziato ad incalzarmi, pretendendo che da subito assumessi una posizione chiara e netta, che, insomma, mi distinguessi pur se nella maggioranza: «Devi comprarti una cravatta!», mi ha detto.

Il giorno precedente il mio debutto in Consiglio comunale, tornando a casa dal lavoro, ho trovato ad accogliermi, sedute al tavolo, mia figlia e mia moglie: «Tieni, questo è per te».

Mi hanno consegnato un pacchetto ben confezionato (che, per un attimo, ho temuto nascondesse una cravatta), aggiungendo: «È per domani…».

Mi hanno regalato un libro. Un libro di quella bella ed elegante casa editrice, che stampa, in originale formato, solo autori del nord Europa (siamo maggioranza, ma tentiamo di restare snob almeno un po’…). È un libro che raccoglie alcuni scritti di Stig Dagerman sotto il titolo La politica dell’impossibile (capite con che opposizione interna ho a che fare in famiglia?). Dagerman è stato un anarchico. Un anarchico svedese. Un anarchico svedese, che, nato nel 1923, ancora avvertiva come una esperienza molto recente la tragedia degli anarchici spagnoli, colpiti al petto dai proiettili dei fascisti e alle spalle da quelli dei comunisti. Un anarchico che, in quanto svedese, era percepito in patria come «un romantico smarrito». Dagerman era un anarchico svedese, che, di mestiere, faceva lo scrittore. Il che complicò non poco la sua esistenza. Era ben consapevole che lo scrittore, l’intellettuale, dovesse essere en situation dans le monde, come aveva affermato Sartre nel dopoguerra. Dagerman esprimeva tale istanza in questo modo: «Lo scrittore non è dispensato dal dovere di prendere posizione in quanto, nonostante molti gli sussurrino nelle orecchie il contrario, non è solo al mondo».

Il prendere posizione, per Dagerman, si traduceva in un atto di ribellione. Sapeva bene che la ribellione, esercitata attraverso la letteratura e la poesia, era relegata a puro atto simbolico eppure, sosteneva, anche in forma simbolica la ribellione doveva essere tentata: «se non altro per non morire di vergogna». Paragonava la funzione politica dell’intellettuale al «modesto ruolo del lombrico nel terriccio della cultura che altrimenti si disseccherebbe nell’aridità delle convenzioni». E aggiungeva: «Essere il politico dell’impossibile in un mondo dove sono troppi i politici del possibile è, nonostante tutto, un ruolo che personalmente mi può soddisfare come essere sociale, come individuo e come [scrittore]».

Ora, ho apprezzato molto il regalo che mia moglie e mia figlia mi hanno fatto e le parole che hanno posto in dedica nel frontespizio (e che qui non rivelerò), monito alla mia minuscola, microscopica azione politica, che tuttavia, in una sala consigliare, con tanto di targhetta con nome e cognome, può generare una pericolosa ipertrofia del proprio io. Non ho proprio capito tutto delle pagine che ho letto. Ma soprattutto, sono rimasto per un attimo disorientato dalla scelta del libro. Perché questo autore? Certo, mia moglie e mia figlia conoscono le mie simpatie anarchiche… Eppure… mentre mi regalavano questo libro, mentre leggevo il nome del suo autore (e mia figlia ripeteva sottovoce: «Voglio andare in vacanza!»), mi è sembrato di cogliere sui loro volti un’ombra sinistra. Stig Dagerman, dopo numerosi tentativi falliti, si è tolto definitivamente la vita nel 1954.

Enzo Laforgia

 

[Pubblicato su «RMFonline.it» il 14 luglio 2017.]

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