Bustecche: Il quartiere che non c’era

Da: La Provincia di Varese di lunedì 29 agosto 2016

Il quartiere che non c’era. Lo Yes Hotel segnò la rinascita

Fiore all’occhiello del rione, l’albero era sorto per ospitare gli operai che arrivavano dal Sud 

Chiara Frangi

Se l’Hotel Plaza di via Crispi è passato da albergo a centro di accoglienza per migranti, a Varese c’è una struttura che ha compiuto il percorso inverso, e da centro di accoglienza è  diventato hotel. Per di più a quattro stelle. È lo Yes Hotel delle Bustecche, la struttura che chiude via Fusinato e che è il simbolo della nuova vita che il quartiere ha avuto dall’inizio degli anni ’60 e della nuova identità che ancora sta cercando.

La storia delle Bustecche è stata raccolta nel 2006 nella pubblicazione «Il quartiere che non c’era», curato dallo storico varesino Enzo Laforgia con la collaborazione di Auser, associazione nazionale che ha la propria sede provinciale in piazza de Salvo, uno dei punti di aggregazione ancora oggi fondamentali per il quartiere.

Tra il 1951 e il 1960 la provincia di Varese ha visto un incremento demografico superiore al 20%: nell’epoca dell’immigrazione interna, in cui milioni di persone partirono dal sud del paese o dal Veneto per cercare lavoro tra Lombardia e Piemonte, Varese era la quarta provincia per aumento della popolazione. Solo Roma, Torino (con la Fiat) e Milano sono cresciute di più in quegli anni. Ovviamente, l’immigrazione di allora si concentrava nei tre centri principali, Busto Arsizio, Gallarate e, ovviamente, Varese, dove nel solo 1963 si iscrissero all’anagrafe 5.858 nuovi cittadini. Per la maggior parte erano uomini giovani, soli, arrivati per lavorare. E a pochi passi dai boschi e dalle cascine delle Bustecche c’era la Bassani Ticino, quella Bticino oggi diventata colosso mondiale e che ancora ha a Varese uno dei suoi centri principali.

Questo fu uno dei motivi principali per cui, a metà egli anni ’60, il terreno comunale di via Fusinato venne ceduto dal Comune a condizioni particolarmente vantaggiose alla Cariplo, che insieme alle più grandi industrie del territorio diede corpo al progetto di accoglienza per gli immigrati promosso dal prefetto di allora, Giovanni Zecchino. I giovani arrivati dal sud e dal Veneto trovarono qui un luogo «splendido» come lo definisce nella pubblicazione Enzo Forneris, ospite del “Centro di assistenza per giovani lavoratori immigrati” tra il 1966 e il 1967. Un grande albergo, dove mangiare in una mensa «nuova fiammante, con servizi sul piano in abbondanza e docce». E dove, anche, giocare a pallone nei momenti liberi: il campo sportivo del Varesello, oggi sede della sezione giovanile del Varese 1910, venne costruito dopo pochi anni proprio di fronte al Centro.

Negli anni ’70, poi, le Bustecche crebbero così come le vediamo oggi: condomini e nuove strade andarono ad occupare i boschi e i terreni che  vennero espropriati ai proprietari, gli abitanti storici delle Bustecche che si sentirono colonizzati da questi “nuovi varesini”, che si spinsero fino ad organizzare la festa in onore di quella che veniva di fatto percepita come una divinità straniera: la Madonna dell’Arco, che ancora oggi si festeggia a fine giugno nella parrocchia di Santa Teresa.

Oggi le Bustecche stanno cambiando: il pericolo del quartiere-ghetto non è ancora del tutto scongiurato, ma il tessuto sociale, grazie anche alle numerose associazioni che qui hanno sede, sembra resistere. Il quartiere si sta lentamente reinventando. Come ha fatto lo Yes Hotel, che oggi ha una sua vocazione precisa e che non ricorda più i tempi in cui a dormire nelle stanze erano “giovani lavoratori immigrati”, invece dei manager di oggi.

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